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quarta-feira, 29 de dezembro de 2010

Lucrezia Borgia-Vieni la mia vendetta

O duque de Ferrara acreditando que Gennaro era amante de Lucrezia, planeia o seu assassinato com seu empregado Rustighello

A interpretação desta ária é de Ramon de Andrés

Vieni: la mia vendetta
È mediatata e pronta;
Ei l'assicura e affretta
Col cieco suo fidar.

RUSTIGHELLO
Ma se l'altier Grmani
Là si recasse ad onto?

DUCA
Mai per cotesti insani
Me non vorrà sfidar,
No, no.

Qualunque sia l'evento
Che può recar fortuna,
Nemico non pavento
L'altero ambasciator.
Non sempre chiusa ai popoli
Fu la fatal Laguna,
Non sempre fu la fatal Laguna, no:
Ad oltraggiato principe
Aprir si puote ancor.

quinta-feira, 23 de dezembro de 2010

Lucrezia Borgia-Prólogo-Maffio Orsini signora, son io

Entretanto chegam os amigos de Genaro que reconhecem a Borgia começando a relatar o as acusações que têm contra ela, mas sendo defendida por Genaro. Terminando assim o prólogo da ópera

Aqui os interpretes são Mariella Devia e Marcelo Alvarez entre outros

terça-feira, 29 de junho de 2010

Lucrezia Borgia-Prólogo-Di pescatore ignobile esser figliuol credei


Gennaro e seus amigos comemoram no terraço iluminado, em frente da qual está o canal Giudecca. A conversa de amigos é sobre Don Alfonso, Duque de Ferrara, onde eles estarão no dia seguinte, e de sua esposa, a famosa Lucrezia Borgia.

Ao ouvir o nome de Lucrezia, Orsini conta como Gennaro e ele foram avisado por um misterioso homem, para terem cuidado com ela e com a família Borgia.

Gennaro adormece depois dos seus amigos terem sido convidados para se juntar à festa, deixando-o sozinho.

De gôndola, aparece uma mulher mascarada e que observa Gennaro com carinho. (Com'è bello! Quale Incanto em quel onesto e Altero volto!)

Ela beija a sua mão, ele acorda e fica imediatamente impressionado com a sua beleza.

Ele expressa seu amor por ela e canta a sua infância como órfão criado por pescadores.

Ele acrescenta que ama a sua mãe que ele nunca conheceu. (Di pescatore ignobile esser credei figliuol).


terça-feira, 22 de junho de 2010

Lucrezia Borgia-Prólogo-Bella Veneza


  • Lucrécia Borgia é uma ópera de Donizetti escrita num prólogo e dois actos com libreto de Felice Romani baseado no drama homónimo de Victor Hugo.
  • A peça estreou no La Scala de Milão em 26 de Dezembro de 1833
Personagens
  • Don Alfonso, Duca di Ferrara (basso)
  • Donna Lucrezia Borgia, Duchessa di Ferrara (soprano)
  • Gennaro (tenore)
  • Maffio Orsini (contralto)
  • Jeppo Livoretto (tenore)
  • Don Aposto Gazella (basso)
  • Ascanio Petrucci (basso)
  • Oloferno Vitellozzo (tenore)
  • Gubetta (basso)
  • Rustighello (tenore)
  • Astolfo (basso)
  • Cavalieri - Scuederi - Dame - Scherani - Paggi - Maschere - Soldati - Uscieri - Alabardieri - Coppieri - Gondolieri

Intérpretes
  • Renee Fleming ... Lucrezia Borgia
  • Vittorio Grigolo ............. Gennaro
  • Kate Aldrich ........... Maffio Orsini
  • Ruggero Raimondi ..... Alfonso
  • Grigory Soloviov ..... Gazella
  • Oleksandr Pushniak .... Petrucci
  • Jesus Hernandez .... Liverotto
  • Jose Ortega ....... Vitellozo
  • Robert Cantrell .... Gubetta
  • Yingxi Zhang .... Rustighello
  • David B. Morris ..... Astolfo
  • Washington National Opera Orchestra and Chorus



quarta-feira, 31 de março de 2010

I due Foscari (XI)

O Conselho, por meio de seu porta-voz Loredano, anuncia que decidiu que Francisco, devido à idade, deve desistir de sua posição como Doge.

Irado, ele denuncia sua decisão: Questa è dunque l'iniqua Mercede / "E esta é a recompensa injusto ...". Quando a sua nora entra e se lhe dirige com o título familiar "Prince", ele declara: "Prince! Que eu era, agora não sou mais ".

Só então, o sino de San Marco é ouvido, anunciando que um sucessor seja escolhido., Francisco reconhece que o fim chegou: Quel selvagens bronzo / "O golpe de fatal".

Quando o sino toca de novo, ele cai morto

LUCREZIA:
Padre . . . mio prence . . .

DOGE:
Principe!
Lo fui, or più nol sono.
Chi m'uccideva il figlio
ora mi toglie il trono . . .
Vieni, fuggiam di qui.

(Prende per mano Lucrezia e s'avvia, quando è colpito dal suono delle campane di San Marco)

Che ascolto! . . . Oh ciel! Salutano
Me vivo un successor!

LOREDANO: (avvicinandosi al Doge con gioia)
In Malipier di Foscari
s'acclama il successor.

BARBARIGO e CORO: (a Loredano)
Taci, abbastanza è misero;
rispetta il suo dolor.

LUCREZIA:
(Oh cielo! Già di Foscari
s'acclama il successor!)

DOGE:
(Quel bronzo ferale
che all'alma rimbomba,
mi schiude la tomba,
sfuggirla non so.
D'un odio infernale
la vittima sono . . .
Più figli, più trono,
più vita non ho!
Quel bronzo ferale, ecc)

LUCREZIA:
(Quel bronzo ferale
che intorno rimbomba,
com'orrida tromba
vendetta suonò)
(al Doge)
Nell'ora fatale
sii grande, sii forte,
maggior della sorte
che sì t'oltraggiò.

LOREDANO:
Il suono ferale
che intorno rimbomba,
com'orrida tromba
vendetta suonò.
Quest'ora fatale
bramata dal core,
più dolce fra l'ore
alfine suonò.

BARBARIGO e CORO
Tal suono ferale
che all'alma rimbomba,
più presto la tomba
dischiudergli può.
Ah, troppo fatale
quest'ora tremenda:
La sorte più orrenda
su desso gravò.

DOGE:
Ah, morte è quel suono!

LUCREZIA:
Fa core . . .

DOGE:
Mio figlio! . . .
(Cade morto)

LOREDANO: (scrivendo sopra un portafoglio che trae dal seno)
"Pagato ora sono!"

TUTTI:
D'angoscia spirò!


sábado, 6 de março de 2010

I Due Foscari (X)

A segunda cena do 3ºacto começa com o Doge no seus aposentos chorando a partida do filho enquanto Lucrecia lhe vem dizer que o filho tinha morrido.

Afinal o verdadeiro culpado havia confessado e crime e o seu filho tinha morrido em vão
Depois dela sair aparece o Concelho dos Dez que pede ao Doge para abdicar.

DOGE:
Egli ora parte! . . . Ed innocente parte! . . .
Ed io non ebbi per salvarlo un detto! . . .
Morte immatura mi rapia tre figli!
Io, vecchio, vivo
per vedermi il quarto
tolto per sempre da un infame esilio!

Oh, morto fossi allora,
che quest'inutil peso
sul capo mio posava!
Almen veduto avrei
d'intorno a me spirante i figli miei!
Solo ora sono! . . . e sul confin degli anni
mi schiudono il sepolcro atroci affanni.



DOGE:
Barbarigo, che rechi!

BARBARIGO:
Morente
a me un Erizzo inviò questo scritto.
Da lui solo Donato trafitto
ei confessa, ed ogn'altro innocente . . .

DOGE:
Ciel pietoso! Il mio affanno hai veduto!
A me un figlio volesti reso!


LUCREZIA:
Ah, più figli, infelice, non hai.
Nel partir l'innocente spirò . . .

DOGE:
Ed il cielo placato sperai!
Me infelice! Più figlio non ho!


LUCREZIA:
Più non vive! L'innocente
s'involava a'suoi tiranni;
forse in cielo degli affanni
la mercede ritrovò.
Sorga in Foscari possente
più del duolo or la vendetta . . .
Tanto sangue un figlio aspetta,
quante lagrime versò.




Entra un servo)

SERVO:
Signor, chiedon parlarti i Dieci . . .

DOGE:
I Dieci!
(Che bramano da me? . .)
(al servo che esce)
Entrino tosto.
A quale onta novella
mi serbano costoro?

DOGE:
O nobili signori, che si chiede da me? . . .
V'ascolta il Doge.


LOREDANO:
Il Consiglio convinto ed il Senato,
che gli anni molti e il tuo grave dolore
imperiosamente
ti chieggono un riposo, ben dovuto
a chi tanto di patria ha meritato,
dall cure ti liberan di Stato.

DOGE:
Signori? . . . ho ben intesto?

LOREDANO:
Uniti or qui ne vedi
a ricever da te l'anel ducale . . .

DOGE (alzandosì impetuoso)
Da me non l'otterrà forza mortale! . . .
Due volte in sette lustri,
dacché Doge io sono, ben due volte
chiesi abdicare,
e mel negaste voi . . .
Di più . . . a giurar fui stretto . . .
che Doge morirei!
Io, Foscari, non manco a' giuri miei.

CORO:
Cedi, cedi, rinunzia al potere
o il Leone t'astringe a obbedir.

DOGE:
Questa dunque è l'iniqua mercede,
che serbaste al canuto guerriero?
Questo han premio il valore e la fede,
che han protetto, cresciuto l'impero?
A me padre un figliuolo innocente
voi strappaste, crudeli, dal core!
A me Doge pegli anni cadente
or del serto si toglie l'onor!

CORO:
Pace piena godrai
fra tuoi cari;
cedi alfine, ritorna a' tuoi lari.

DOGE:
Fra miei cari? . . . Rendetemi il figlio:
Desso è spento . . . che resta?

CORO:
Obbedir.

DOGE:
Che venga a me, se lice.
la vedova infelice . . .

A voi l'anello . . . Foscari
più Doge non sarà.

quarta-feira, 10 de fevereiro de 2010

I Due Foscari (IX)

O último acto inicia-se na Praça de São Marcos onde Jacopo se despede da cidade para partir para o exílio.


SCENA I

L'antica piazetta di San Marco. Il canale è pieno di gondole che vanno e vengono. Di fronte vedesi l'isola dei Cipressi, ora San Giorgio. Il sole volge all'occaso. La scena, da principio vuota, va riempiendosi di popolo e maschere, che entrano da varie parti, s'incontrano, si riconoscono, passeggiano. Tutto è gioia.

CORO I:
Alla gioia!

CORO II:
Alle corse, alle gare . . .

CORO I:
Sia qui lieto ogni volto, ogni cor.

TUTTI:
Figlia, sposa, signora del mare.
è Venezia un sorriso d'amor.

CORO I:
Come specchio l'azzurra laguna
le raddoppia il fulgore del dì.

CORO II:
Le sue notti inargenta la luna,
né le grava se il giorno sparì.

TUTTI:
Alle gioie, ecc.

(Entram Loredano e Barbarigo )

BARBARIGO:
Ve'! Come il popol gode! . . .

LOREDANO:
A lui non cale
se Foscari sia Doge o Malipiero.
(Si avanza fra il popolo)
Amici . . . che s'aspetta?
Le gondole son pronte; omai la festa
coll'usata canzone incominciamo.

CORO:
Sì, ben dicesti.
Allegri, orsù cantiamo.

Tace il vento, è queta l'onda;
mite un'aura l'accarezza . . .
Dêi mostrar la tua prodezza;
prendi il remo, o gondolier.
La tua bella dalla sponda
già t'aspetta palpitante;
per far lieto quel sembiante
voga, voga, o gondolier,
fendi, scorri la lagnuna,
che dinanzi a te si stende;
chi la palma ti contende
non ti vinca, o gondolier.
Batti l'onda, e la fortuna
assecondi il tuo valore . . .
Alla bella vincitore
torni lieto il gondolier.





(Escono dal palazzo ducale due trombettieri seguiti dal Messer Grande. I trombettieri suonano, ed il poplo si ritira. Anche le gondole scompariscono dal canale, ov'è una galera, su cui sventola il vessillo di San Marco)

POPOLO: (udite le trombe)
La guistizia del Leone! . . .
Finché passi . . . via di qua.


BARBARIGO:
Di timor non v'ha ragione!

LOREDANO:
Questo volgo ardir non ha.


JACOPO:
Donna infelice, sol per me infelice,
vedova moglie a non estinto sposo,
addio . . . fra poco un mare
tra noi s'agiterà e per sempre! Almeno
tutte schiudesse ad ingoiarmi, tutte
le sirti del suo seno.

LUCREZIA:
Taci, crudel, deh taci!

JACOPO:
L'inesorabil suo core di scoglio,
più di costor pietoso,
frangesse il legno, ed una pronta morte
quest'esule togliesse
al suo lento morire . . .
Paghi gli odi sariano e il mio desire.

LUCREZIA:
E i figli? E il padre? Ed io?

JACOPO:
Da voi lontano - è morte il viver mio.
All'infelice veglio
conforta tu il dolore,
dei figli nostri in core
tu ispira la virtù.
A lor di me favella,
di' che innocente io sono,
che parto, che perdono,
che ci vedrem lassù.

LUCREZIA:
Cielo, s'affretti al termine
la vita mia penosa!

JACOPO:
Di Contarini e Foscari
mostrati figlia e sposa!
Che te non veggan piangere;
gioire alcun ne può.

LOREDANO: (imperiosamente al Messer Grande)
Messer, a che più indugiasi?
Parta, n'è tempo omai.

JACOPO e LUCREZIA:
Chi sei?

LOREDANO: (levandosi per un istante la maschera)
Ravvisami.

JACOPO:
Oh ciel, chi veggio mai!
Il mio nemico demone!

JACOPO e LUCREZIA:
Hai d'una tigre il cor!

JACOPO:
Ah padre, figli, sposa,
a voi l'addio supremo!
In cielo un giorno avremo
merce' di tal dolor.

LUCREZIA:
Ah, ti rammenta ognora
che sposo e padre sei,
ch'anco infelice, dêi
vivere al nostro amor.

PISANA, BARBARIGO e CORO
(Frenar chi puote il pianto
a vista sì tremenda!
Troppo, infelici, è
tal pena ad uman cor!)

LOREDANO:
(Comincia la vendetta
tant'anni desiata.
O stirpe abbominata,
m'è gioia il tuo dolor!)

JACOPO:
In cielo un giorno avremo
merce' di tal dolor!
Sposo addio!




segunda-feira, 25 de janeiro de 2010

I due foscari(VIII)

Na sala do conselho, fala-se dos crimes de que Jacopo é acusado, e que são reveladores de assassínio e traição contra o Estado

CORO I:
Che più grave; si tarda?

CORO II:
Affrettisi ormai questa partenza.

CORO I:
Inulte l'ombre fremono,
ne accusan d'indolenza.

CORO II:
Parta l'iniquo Foscari . . .
Ucciso egli ha un Donato.

CORO I:
Per istranieri principi
l'indegno ha parteggiato.

TUTTI:
Non fia che di Venezia
ei sfugga alla vendetta . . .
Giustizia incorruttibile
non fia qui mai negletta!
Baleni, e come folgore
punisca il traditor;
mostri ai soggetti popoli
un vigile rigor.




O Doge entra seguido pelo filho que continua a protestar a sua inocência. Mas o Doge não o escuta. Aparece em seguida Lucrezia que traz consigo os filhos numa última tentativa de obter clemência. Mas a clemência não é concedida.

DOGE:
O patrizi . . . il voleste . . .
eccomi a voi . . .
Ignoro se il chiamarmi ora in Consiglio
sia per tormento al padre,
oppure al figlio;
ma il voler vostro è legge . . .
Giustizia ha i dritti suoi . . .
M'è d'uopo rispettarne anco il rigore . . .
Sarò Doge nel volto,
e padre in core.

CORO:
Ben dicesti.
Il reo s'avanza . . .

DOGE:
(Dona, o ciel, a me costanza!)

(Jacopo entra fra quattro custodi)

LOREDANO:
Legga il reo la sua sentenza.
(Dà una pergamena al Fante, che la consegna a Jacopo, il quale legge)
Del consiglio la clemenza
or la vita ti donò.

JACOPO: (restituisce la pergamena)
Nell'esilio io morrò . . .
Non hai, padre, un solo detto
pel tuo Jacopo reietto?
Se tu parli, se tu preghi,
non sarà chi grazia neghi . . .
Pregar puoi; sono innocente;
il mio labbro a te non mente.

CORO:
Non s'inganna qui la legge,
qui giustizia tutto regge.

DOGE:
Il Consiglio ha giudicato;
parti, o figlio, rassegnato.
(S'alza, tutti lo imitano)

JACOPO:
Mai più dunque ti vedrò?

DOGE:
Forse in cielo, in terra no.

JACOPO:
Ah, che di'? Morir mi sento.

LOREDANO: (ai custodi che gli si pongono al fianco, e si avviano)
Da qui parta sul momento.

(Lucrezia Contarini si presenta sulla soglia coi due figli, seguita da varie dame sue amiche e dalla Pisana)

LUCREZIA:
No . . . crudeli!

JACOPO:
Ah, i figli miei!
(Corre ad abbracciarli)

DOGE, BARBARIGO, CONSIGLIERI e FANTE:
(Sventurata! . . . Qui costei!)

LOREDANO, DOGE, BARBARIGO, CONSIGLIERI:
Quale audacia vi guidò?

JACOPO:
Miei figli! Miei figli!
(Prende i due fanciulli piangenti, e li pone in ginocchio ai piedi del Doge)
Queste innocente lagrime
ti chiedono perdono . . .
A lor m'unisco, e supplice
a' piedi del tuo trono,
padre, ti grido, implorami,
concedimi pietà.

LUCREZIA: (ai Consiglieri)
O voi, se ferrea un'anima
non racchiudete in petto,
se mai provaste il tenero
di padri e figli affetto,
quelle strazianti lagrime
vi muovano a pietà.

BARBARIGO: (a Loredano)
Ti parlin quelle lagrime,
o Loredano, al core;
quei pargoli disarmino
l'atroce tuo furore;
almeno per quei miseri
t'inchina alla pietà.

LOREDANO: (a Barbarigo)
Non sai che in quelle lagrime
trionfa una vendetta,
che qual rugiada scendono
al cor di chi l'aspetta,
che per gli alteri Foscari
sentir non vo' pietà?

CONSIGLIERI: (alle dame)
Son vane ora le lagrime;
provato è già il delitto:
Non fia ch'esse cancellino
quanto giustizia ha scritto;
esempio sol dannabile
sarebbe la pietà.

PISANA e DAME: (ai Consiglieri)
Quelle innocenti lagrime
muovano il vostro core;
in voi clemenza ispirino,
ne plachino il rigore;
di pace come un'iride
qui brilli la pietà.

DOGE:
(Non ismentite, o lagrime,
la simulata calma:
A ognuno qui nascondasi
l'affanno di quest'alma . . .
Ne' miei nemici infondere
non potria la pietà)

LOREDANO:
Parta . . . perché ancor s'esita?
Parta lo sciagurato.

LUCREZIA:
La sposa, i figli seguano,
dividano il suo fato . . .

JACOPO:
Ah sì . . .

LOREDANO:
Costor rimangano:
La legge omai parlò.
(Toglie i figli dalle braccia di Jacopo e li consegna ai Commandadori)

JACOPO: (al Doge)
Ai figli tu dell'esule
sii padre e guida almeno . . .
Tu li proteggi . . .

DOGE:
(Misero!)

JACOPO:
Vedi, al sepolcro in seno,
illagrimata polvere
fra poco scenderò.

DOGE, LOREDANO, e CONSIGLIERI:
Parti . . . t'è forza cedere:
la legge omai parlò.

LUCREZIA, PISANA, BARBARIGO e DAME:
Affanno più terribile
in terra chi provò?


domingo, 10 de janeiro de 2010

I due foscari(VII)

Regressam depois à realidade com a chegada do Doge que vem despedir-se do filho.

JACOPO e LUCREZIA (correndogli incontro)
Ah, padre!

DOGE:
Figlio! Nuora!

JACOPO:
Sei tu?

LUCREZIA:
Sei tu?

DOGE:
Son io. Volate al seno mio.

TUTTI:
Provo una gioia ancor!

DOGE:
Padre ti sono ancora,
lo credi a questo pianto;
il volto mio soltanto
fingea per te rigor.

JACOPO:
Tu m'ami?

DOGE:
Sì.

JACOPO:
Oh contento!
Ripeti il caro accento.

DOGE:
T'amo, sì, t'amo, o misero.
Il Doge qui non sono.

JACOPO:
Come è soave all'anima
della tua voce il suono!

DOGE:
Oh figli, sento battere
Il vostro sul mio cor!

JACOPO e LUCREZIA:
Così furtiva palpita
la gioia nel dolor!

JACOPO:
Nel tuo paterno amplesso
io scordo ogni dolore.
Mi benedici adesso,
dà forza a questo core,
e il pane dell'esilio
men duro fia per me . . .
Questo innocente figlio
trovi un conforto in te.

DOGE:
Abbi l'amplesso estremo
d'un genitor cadente;
il giudice supremo
protegga l'innocente . . .
Dopo il terreno esilio
giustizia eterna v'è.
Al suo cospetto, o figlio,
comparirai con me.

LUCREZIA:
(Di questo affanno orrendo
farai vendetta, oh cielo,
quando nel dì tremendo
si squarcerà ogni ciglio
il giusto, il reo qual é!)
Dopo il terreno esilio,
sposo, sarò con te.
(Restano abbracciati piangendo; il Doge si scuote)

DOGE:
Addio . . .

JACOPO e LUCREZIA
Parti?

DOGE:
Conviene.

JACOPO:
Mi lasci in queste pene?

DOGE:
Il deggio.

LUCREZIA:
Attendi.

JACOPO:
Ascolta. Ti rivedrò?

DOGE:
Una volta . . .
Ma il Doge vi sarà!

JACOPO e LUCREZIA
E il padre?

DOGE:
Soffrirà.
S'appressa l'ora . . . Addio . . .

JACOPO:
Ciel! . . . chi m'aita?

(Entra Loredano preceduto dal Fante del Consiglio e da quattro custodi con fiaccole)

LOREDANO: (dalla soglia)
Io.

LUCREZIA:
Chi? Tu!

JACOPO:
Oh ciel!

DOGE:
Loredano!

LUCREZIA:
Ne irridi, anco, inumano?

LOREDANO: (freddamente a Jacopo)
Raccolto è già il Consiglio;
vieni, di là al naviglio
che dee tradurti a Creta . . .
Andrai . . .

LUCREZIA:
Io pur.

LOREDANO:
Tel vieta
de'Dieci la sentenza.

DOGE: (ironico)
Degno di te è il messagio!

LOREDANO:
Se vecchio sei, sii saggio.
(ai custodi)
S'affretti la partenza.

JACOPO e LUCREZIA:
Padre, un amplesso ancora.

DOGE:
Figli . . .

LOREDANO:
Varcata è l'ora.

JACOPO e LUCREZIA: (a Loredano)
Ah sì, il tempio che mai non s'arresta
rechi pure a te un'ora fatale,
e l'affanno che m'ange mortale,
più tremendo ricada su te.
Il rimorso in quell'ora funesta
ti tormenti, o crudele, per me.

DOGE: (a Jacopo e Lucrezia)
Deh, frenate quest'ira funesta;
l'inveire, o infelice, non vale!
S'eseguisca il decreto fatale . . .
Sparve il padre,
ora il Doge sol v'è.
La giustizia qui mai non s'arresta:
Obbedire a sue leggi si de'.

LOREDANO: (da sé, guardandoli con disprezzo)
(Empia schiatta al mio sangue funesta,
a difenderti un Doge non vale;
per te giunse alfin l'ora fatale
sospirata cotanto da me)
La Giustizia qui mai non s'arresta,
obbedire a sue leggi si de'.